Le segrete origini di una ritrovata purezza espressiva.


Lea Vergine, nella memorabile mostra del 1980, voleva, una volta per tutte, rivelare il valore degli interventi delle donne all'interno delle arti del Novecento. E c'è riuscita.
Oggi mi sembra che non ci sia altro da dimostrare. Finalmente. Si può semplicemente raccontare la storia.
E…raccontare il percorso evolutivo dell'arte di Lydia Lorenzi è ( in un certo senso) facile perchè lo governa una logica inventiva ed espressiva che se pure procede, come è naturale, per intuizioni improvvise e geniali accensioni della mente, ha una consequenzialità rigorosa; e perché, poi, l'artista è in grado di indicarne le motivazioni, si racconta da sé con molto garbo e con molta lucidità.
Ma non è un racconto facile qualora l'individuazione del filo conduttore non voglia essere soltanto la storia di una lunga e coerente devozione all'arte, bensì la ricerca del tema profondo che sottende tutto il suo percoso e l'individuazione, in termini di logica verbale, di una personalità creativa assolutamente riconoscibile d'istinto e tuttavia sfuggente ai tentativi di definizione.
Per prima cosa sfuggente alla definizione elementare, anche se poco significativa, se si stia parlando di una pittrice, scultrice e così via. Non solo Lydia è tutte queste cose insieme, o secondo i periodi, ma spesso in lei le specificità si mescolano e fondono al punto che ne viene fuori un nuovo modo di essere artista.
Certo è che ci troviamo di fronte a una narrazione per capitoli e digressioni, più o meno coerenti, che si giustifica da un lato come estrinsecazione dell'io, delle sue pulsioni, delle sue aspirazioni, della propria autonomia femminile (che è un aspetto molto forte e determinato dell'artista e della donna) dall'altro come bisogno di gratificazione del mondo, tramite l'arte.
Credo si possa anzitutto affermare che la sua opera è, da sempre, un fluire organico di forme che scaturiscono spontaneamente le une dalle altre in sintonia con il modo di procedere della natura che, per quanto possa sembrare a tratti bizzarra, capricciosa, estemporanea nelle sue variazioni, funziona sempre e fondamentalmente con intrinseca regolarità.
Penso alla serie dei "Cactus" ( 2004-2006), a "Immaginario sommerso" (olio su tela, conchiglia, foglia oro) del 2005 o a "Jardin exotique" (foglia oro su multistrato telato, ardesia, cera rossa) del 2006: la materia viene via via assunta come veicolo espressivo dell'urgenza creativa. Ecco allora queste manifestazioni mutevoli, voluttuarie, necessarie e, allo stesso tempo "espansioni" nelle quali può meglio vibrare il pensiero che si contrae, si espande e senza sosta si rigenera nel suo farsi forma.
E se transitori sono i mezzi capaci di concretare l'idea, l'impulso è originato sempre e comunque dai fenomeni della natura o dai meccanismi dell'animo umano e sbrigliata è la ragione della metamorfosi artistica. Da qui la sperimentazione e l'incessante ricerca.
Ma il mistero che permea l'essenza delle cose non ha mai nell'opera di Lydia la lampante violenza di una rivelazione, affiora palpabile alla luce, mai esuberante, ma sempre vitale, come quel rosso caratteristico di tante sue opere, colore che non può non rimandare all'energia, alla forza prorompente o come gli incroci di orizzontali e verticali dei suoi "Strumenti musicali" (2000-2004): piacevoli, rigorose costruzioni dalla ineluttabile regolarità, lucide, leggere, razionali trame che l'artista pare tessere nello spazio. Interessante, in questa serie di opere ( tra le altre "Serenata Lusitana", acrilico su tela, oro, legno combusto, corde armoniche, 2003, e "Rosso Oriente", olio su tela, legno combusto, pietre, foglia oro, 2002) come Lydia sappia affidare alla diagonale che spezza la staticità silenziosa, la creazione di nuovi processi dinamici che, attraverso riprese e variazioni, generano figure originali, singolari entità geometriche che, combinandosi, vivono di ideale sinergia. A lungo avvinta dal fascino di questi "strumenti" l'artista ne sonda le differenti possibilità linguistiche e, nel continuo gioco delle mutazioni, il violino, la chitarra, il contrabbasso, spazi-strutture lucidamente costruiti, si scompongono e quasi scompaiono per lasciare intravvedere la sotterranea trama colorata ( giallo, cobalto, rosso) che altro non è che energia in potenza.
Una sorta di "gara geometrica" che Lydia sostiene col più severo impegno, con una lucida concezione razionale, senza mai allontanarsi dalla verità da cui attinge.
Eppure queste opere, singolari per la qualità delle forme, obbediscono a un calcolo che le ravviva, avvicinandole alle segrete origini di una ritrovata purezza espressiva. Non ci sono contraddizioni in tali accenni, soltanto apparentemente azzardati, in quanto la logica costruttiva si impone con una vitalità che la colloca al di là di ogni fredda regola scientifica.
Ed è sempre la poesia che prevale , la poesia "del calcolo", ma anche la poesia dell'invenzione che si traduce nella misura composita della irrealtà. Così i volumi possono diventare elementi piani, triangolari, lineari in quel gioco meraviglioso delle trasformazioni che non perde nulla del rigore della costruzione geometrica.
Il passo verso la scultura diventa a questo punto inevitabile e dalle strutture modulari piane, lineari, rettangolari, quadrate sulle quali si innestano minute e insistenti ricerche sulle diagonali si passa ai volumi che si incastrano l'uno nell'altro ove la chiara sensibilità plastico – pittorica dell'artista suggerisce nuove combinazioni, nuove variazioni di percorso, composizioni e assemblaggi che dilatano lo spazio percettivo, moltiplicando le possibilità di traduzione di stati situazionali ed emotivi differenti in rapporto a spazio, volume, direzione, cogliendo sempre, in una sorta di geometrico disegno, l'ordine delle cose e dell'universo ( si veda la serie "Costellazioni", 2006-2008).
Del resto per Lydia Lorenzi la pittura, o meglio, l'arte in genere è un accadere continuo e l'opera non è che un frammento di questo processo: essere artista è un altro modo di vivere, una maniera diversa di abitare lo spazio e di muoversi nel tempo e l'esperienza artistica è totalmente sua, al femminile, e non tanto per ragioni genericamente psicoanalitiche, quanto per la convinzione che essa solo può espletare un ruolo paritetico con l'uomo nell'affermazione che l'arte se mai è unica, androgina, senza distinzioni di ruoli.
La stretta interdipendenza tra invenzioni figurali e strumenti utilizzati, materie e procedimenti, e il ruolo medesimo dell'inclinazione , anche tecnico-operativa, femminile che le caratterizza ( da evidenziare , ma da non esagerare) non va tuttavia interpretata riduttivamente quale esito di una nativa spontaneità ché mi pare si possa parlare a pieno titolo di una costante ricerca di un linguaggio personale e coraggioso , innervato e reso inconfondibile dalla limpidezza di impegno e di cuore dell'autrice.
Colpisce, nel lavoro di Lydia, la costante, ossessiva quasi, presenza di un tempo e di uno spazio e la loro fissazione nell'ambito di un codice che si è assunto come tradizionale, ma che occorre riformulare ogni giorno affrontando, nel silenzio dello studio, i problemi dettati dalla volontà di comunicare. Così l'arte diventa un destino e ci convince questa fiducia accanita, questa fedeltà totale a uno strumento che non consente divagazioni e, anzi, si impone di essere sempre rigoroso, in quella chiarità appena trattenuta che scandisce l'opera…attimo dopo attimo.
Dalla squisitezza dell'impiego di materiali diversi ( che siano mezzi tradizionali piuttosto che ardesia, pietre dure o cristalli) alla sicurezza delle ragioni formali, all'esattezza minuziosa dell'impaginazione spaziale, così quanto nasceva ancora dall'antico pathos espressionistico si è cristallizzato senza residuo: l'impeto psicologico, la proiezione sentimentale sono cose ormai superate in una tessitura squisita e definitiva, che non ammette etimologie di ordine patetico.
Affascina in particolare l'introduzione, tra i materiali usati sia nella scultura che nelle opere bidimensionali, l'ardesia che per la sua opacità ed il particolare cromatismo consente effetti nuovi cui progressivamente l'artista si dedica.
L'intreccio, la fusione anzi, tra struttura geometrica e ardesia , non solo stimola l'attività dell'artista , ma provoca l'invenzione di forme inedite che risentono ovviamente delle caratteristiche di questo materiale rigido , da lavorare con assoluto rispetto, non modellabile.
Ne nascono forme in cui si intensifica l'interferenza tra forma e spazio ma pure sculture in cui tutto, è raffigurazione del silenzio, di un insediamento lontano del pensiero, perché qui è l'eleganza dell'assenza, l'esserci quando tutto appare già trascorso, quando il rumore del modo ormai non giunge più e un respiro appena sillabato è il solo bene prezioso che resiste.
Sono superfici che paiono occultarsi in se stesse, nella propria profondità e tanto più "fingono" la calma, tanto più nascondono il proprio andare a fondo, il proprio leopardiano scontento esistenziale.
Quando poi l'ardesia , a volte opaca a volte translucida, è inserita in dipinti ad olio o a foglia oro (come nella già citata serie dei "Cactus") , è a questo particolare e inedito materiale che l'artista affida il ruolo di esaltare i raffinati cromatismi che via via inaugura. Ecco allora questo colore a tratti luminoso, a tratti opaco fino alla assorbita iridescenza, quasi per lisi della luce, pare voler assorbire classici accenni mentre le tracce, che il pennello incide o accarezza, altro non sono che esili indizi che ci accompagnano tra le cure dell'esistenza e ci invitano a seguire quel gesto che è principio e creazione, a capire quel silenzio con le sue profondità, a cogliere l'istante dell'arte. Solo a questo punto giunge il tempo dello sguardo senza il quale nulla di ciò che è potrebbe essere…e l'arte procura nuova vita perché l'immagine formata non segna il contatto con la forma bloccata una volta per sempre, ma è generazione continua e incessante.
Non è un'esoterica facoltà medianica quella dell'artista, non è magia o magico soffio vitale imposto alla materia di fronte alla quale nulla si può o si deve dire ; è piuttosto l'atto finale di un respiro visivo capace di dare forme diverse alla realtà mettendo tra parentesi , con un atto di volontà, l'esuberanza della parola logica a cui la sottrazione di rumore , aggiunge in realtà senso e valore.
Così Lydia sente l'arte: uno spazio, se ne fa avvolgere, lascia che dilaghi nel silenzio dell'interiorità; a volte è un'estensione, una vastità, altre un gorgo affiorante dalla memoria, ma sempre è un invadenza, un segno del destino.
Spazio come oggetto della visione e dell'invisibile e anche quando una lastra di ardesia nera e opaca sembra negarlo lo spazio è lì, perché lo spazio è quella distanza dentro lo spazio, la sua apparente cancellazione e la sua nascita dal nulla della visione.
Dall'antico modo di dipingere vagamente "aggressivo " che le conferiva ( penso alle opere degli anni Novanta) una fisionomia di donna e di artista generosa e coraggiosa, decantando progressivamente il vedere o far vedere per immagini dai contorni certi e a volte provocatorie, è giunta oggi a ritmi sottili ma dipanati, a colori rari eppure consenzienti, a una eleganza impeccabile di esecuzione, magari con la consapevolezza della donna che si compiace di apparire femminile …sino all'affermazione perentoria di essere se stessa di fronte ad un mondo che non chiede ornamento ma interpretazione, non le bende e gli unguenti dell'edonismo, ma la chiarezza della progettazione che lo misura e lo restituisce architettato a proporzione della statura e del dialogo degli uomini. Ecco allora queste opere dall'indubbio fascino( ma non per questo meno stimolanti giacché perpetuano il mito dell'arte come fatto esclusivo, e ossessivo, di confessione personale ): in esse prevale un meditato riserbo per cui dalle prove attuali risulta più evidente il credo dell'artista in una missione quasi sacramentale, quella di chi insegue la verità e le si accosta anche bruciando le personali esperienza.
E la memoria privata cui certamente queste immagini attingono diviene una memoria condivisibile : la memoria dell'artista diviene anche la nostra e si collega, per la forza evocativa delle forme e dei colori, al grande vaso della memoria del mondo che ciascuno di noi porta nell'anima.
Una memoria che a volte si tinge di un sentimento di nostalgia : nostalgia di un momento ( "Luci tra i rami – Risveglio " olio su tela, 2002)di un turbamento ( "Meteora", acrilico su multistrato telato, ardesia e foglia oro, 2008) , di uno stupore ( "Cignus" acrilico su tavola, ardesia, quarzo ialino, led azzurri e bianchi, 2008) ; nostalgia di un Eden perduto, di una mitica età dell'oro , di un lontano passato , di un mondo remoto in cui era forte un ancestrale rapporto con la natura.
Una memoria allora che riporta al presente e ridona vita e senso uovo a ciò che è appartenuto a un tempo trascorso e che funge, per l'artista da grande contenitore di suggestioni , emozioni, turbamenti, stupori , immagini da cui Lydia estrae le proprie relazioni visive , ciò che nell'opera d'arte- nell'espressione in forme, segni, colori, diviene "altro".
Così mi piace vedere in questi lavori l'incontro con un frammento di esistenza che si organizza sotto i nostri occhi, perché l'idea, il concetto fecondo che guida questa artista è quello di dar vita e vitalità al materiale che la memoria quotidianamente fornisce…e…la vitalità non è un attributo fisico o organico, è una vita spirituale interiore…e la pittura non è il luogo del nulla, ma della manifestazione dell'esistere.

Luglio 2010
Orietta Pinessi.

Nota:
Serenata Lusitana, Rosso Oriente, si trovano in strumenti musicali
Meteora, Cignus, si trovano nelle costellazioni
Cactus, Risveglio, Immaginario sommerso, si trovano in fiori e cactus